Emar Orante e Pinocchio

Emar Orante, curatore di luoghi, Re di Jesce

Donato Laborante, in arte “Emar”, cantastorie di professione e curatore della Masseria Jesce, in questa intervista ci racconta la “convivenza” tra Cinema e Murgia e la fantastica esperienza durante le riprese cinematografiche di questi anni…Nonché le opportunità di sviluppo per il territorio e il fondamentale ruolo dell’Apulia Film Commission

di Anna Ventricelli

Qual è il rapporto tra la nostra Murgia e il cinema?

«Viviamo in un territorio mai valorizzato dal punto di vista cinematografico, anche se in passato ci sono stati degli esperimenti (Tre fratelli di Rosi alla masseria La Mena o La ragazza con la pistola in una masseria sotto le curve di Santeramo)».

L’Apulia Film Commission ha dato l’input per le produzioni cinematografiche sulla Murgia. Com’è cominciata?

«A mio parere l’Apulia Film Commission è una realtà tra le migliori in Italia. Il primo forte interlocutore arrivato grazie alla Masseria Jesce è stato Matteo Garrone con il film “Pinocchio”. Con la casa di produzione Archimede, Garrone aveva già girato in Puglia “Il racconto dei racconti” a Castel del Monte, a Gioia, a Taranto e nelle altre masserie, ma con “Pinocchio” colma quella ferita e il vuoto che era stato provocato dall’abbandono brusco delle nostre terre e punta l’attenzione sulle masserie, sulle Madonne, sulle chiese rupestri.

Grazie a Gennaro Aquino, location manager di Garrone, in attesa di cominciare “Pinocchio”, sono stato coinvolto nelle riprese de “Il mio corpo vi seppellirà”, un film girato a Masseria Salomone subito dopo l’incendio del bosco di Gravina. Andare a Difesa Grande a portare la luce del cinema dopo che era stato bruciato è stata una grande operazione. Si sono bonificati i territori utilizzando i soldi del cinema, grazie anche al Parco dell’Alta Murgia. La stessa cosa si era fatta nella cava di bauxite di Spinazzola che, grazie ad Apulia Film Commission e al comune, è stata ripulita dai rifiuti e bonificata dai liquami industriali. Il cinema è e deve essere bonifica del territorio. Sono situazioni di cui un curatore di luoghi -come mi piace definirmi- si deve preoccupare. Il cinema riscopre i luoghi e ci dà la possibilità di rispettarli ed educare. Ogni cosa che noi facciamo è una scusa che serve per conoscere il nostro abitato ed territorio. E col cinema ci siamo riusciti».

Masseria Jesce si trova ad 11 km da Altamura, sulla Murgia Catena (adiacente alla Via Appia Antica). Perché è così importante questa zona?

«Jesce si trova al centro di un territorio micaelico fra Monte Sant’angelo, l’Abbazia dei laghi di Monticchio, Montescaglioso. La morfologia di Murgia Catena, lunga 8 km, ha la forma di una barca, un occhio, una mandorla e, come un utero rinchiude in un abbraccio le tre città di Altamura, Matera e Gravina. Le cripte dell’Angelo di Jesce, Santa Maria de Idris di Matera e Padreterno di Gravina sono i vertici di un triangolo in cui si raccolgono le acque. La prima immagine di San Michele è il ritrovamento dell’acqua tramite una lancia e l’acqua è il tema principale del culto micaelico. Però lo stato di abbandono di queste zone ha fatto sì che non si raccogliesse più acqua e quindi non si riempissero più i pozzi».

Ha citato il Parco dell’Alta Murgia. Cosa potrebbe fare per il cinema?

«Gradirei tanto che il Parco si aprisse indicando ad esempio i periodi delle nidificazioni. Così facendo chi vuol girare un film o pensa di organizzare degli eventi sa che in quel particolare periodo non è possibile andarci e che quindi è anche inutile chiedere. A noi è capitato due volte di ricevere dei no per questo motivo. Chi ha potere -come il presidente Tarantini o i sindaci dei comuni del Parco- deve assumersi delle responsabilità genitoriali perché i comuni sono i nostri padri, la regione Puglia è la madre e lo Stato italiano il nonno».

Cosa si potrebbe fare in più?

«Non capita tutti i giorni di girare a Masseria Jesce, allo stabilimento De Laurentis di Santeramo, dimora Cagnazzi appena recuperata, al castello di Uaragnaun o a Pisciulo. Sono tutti luoghi antropici e arcaici che, attraverso il cinema, possiamo avere la fortuna di far conoscere e valorizzare. Ma a che serve scrivere che i crateri che si trovano al British Museum di Londra sono stati trovati a Murgia Catena se non si fa sapere?

Bisogna anche dare merito e responsabilità a chi vuole essere responsabilizzato. Attraverso il cinema le persone trovano fiducia in se stesse, ma il cinema è anche un’occasione di lavoro e di riscatto per il territorio. È una gioia dare la possibilità di far lavorare e vedere qui tanti altamurani che lavorano nel settore del cinema a Roma e devo ringraziare anche persone come Fabio Marini, il location manager che ha portato la società di produzione Palomar sulla Murgia per girare la serie spaghetti western “That Dirty Black Bag”.

Una ventitreenne barese, Irene Gianeselli, ha realizzato grazie alla disponibilità di Masseria Jesce “Il misuratore del mondo”, un film girato con pochi soldi dall’Apulia Film Commission, che sta aprendo 18 festival internazionali in tutto il mondo. Non sono stato io a dare una mano alla Gianeselli, ma è lei che ha dato una mano a noi perché sta facendo tanta pubblicità ad Altamura, Murgia Catena e Masseria Jesce. Purtroppo, però, se viene una scrittrice a presentare un suo libro -e la Gianeselli è anche poetessa- a sentirla ci sono tre spettatori…»

E la politica?

«Non c’è cinema che tenga se si continua ad essere distratti. Il cinema sta facendo la sua parte grazie all’Apulia Film Commission, ma c’è bisogno di un risveglio critico da parte della scuola e della società civile. Ho chiesto supporto, ma non ti dico le risposte. E si vede da come vivo. Quando chiedo un riconoscimento per quello che faccio mi viene da fuori. Da Altamura non arriva mai niente».

Qual è il ruolo dei privati e cosa potrebbero fare ancora?

«Attraverso il cinema si può restaurare, recuperare, ripristinare dei cammini o dei luoghi o dei manufatti. Il ruolo dei privati è basilare perché quasi tutti i manufatti e tutti i luoghi antropici in cui si è girato appartengono a proprietari altamurani. Il cinema investe in fiducia, è una delle tante occasioni perché porta denaro, luce e attenzione. I privati, però, devono riconoscere i tempi e capire che non è sempre tempo di mungere e che ci sono i momenti, come questo, che servono per pascolare e in cui i soldi portati dal cinema vanno distribuiti nel territorio».

Altamura è pronta?

«Dal punto di vista commerciale sì, ma non lo è per quello che riguarda le infrastrutture dove ci sono dei piccoli ritardi. Un esempio sono i camper che non si sa dove sistemare».

Quindi dopo la ferita del territorio possiamo dire di essere in una fase di rinascita?

«Assolutamente sì. La ferita non è altro che uno squarcio che ci permette di vedere nel nostro dolore e l’intervento del cinema dobbiamo vederlo come il Pil della fiducia».

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